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domenica 12 aprile 2009

Quella notte maledetta

Come molta altra gente anch'io ero tornato a dormire dopo l'ennesima scossa delle 23.00, anch'io avevo pensato che per oggi era finita, che avremmo dormito quella notte, che il peggio era passato. E invece il peggio doveva ancora iniziare. Alle 3.32 mi sveglia la solita esplosione seguita dal tremore solo che questa volta non smette subito come le altre volte. La prima cosa che sento cadere sono i bicchieri di vetro della mia collezione che ho, che avevo, quasi di fronte al letto mentre la scossa continua. Istintivamente mi butto sotto il letto tremante, il rumore che sento adesso nella completa oscurità della stanza insieme ai bicchieri che si frantumano al suolo è quella del calcinaccio che inizia a staccarsi dal muro, subito dopo è la volta di una mensola piena di CD che si schianta di fianco al letto. È tutta la stanza, la casa, la terra ad ondeggiare furiosa. Finalmente dopo venti secondi, verrò a sapere qualche giorno dopo, la scossa finisce. Esco dal mio rifugio sotto il letto. Mia madre e mio padre sono già per strada, lei mi chiama disperata, le urlo che sto bene e che sto scendendo. Devo vestirmi, non indosso il pigiama. Cerco di farlo il prima possibile. Accendo la luce del letto. Infilo i pantaloni jeans la camicia e la felpa al volo. Le scarpe realizzo di averle fuori sul balcone. Le prendo senza neanche uscire fuori, mi basta aprire la porta. Le afferro velocemente mentre un'altra scossa comincia e finisce qualche attimo dopo e mia madre da fuori continua ad urlare il mio nome e a chiedere: -Perché ci mette tanto?-. La porta del balcone è ancora aperta, le dico, le urlo che sto scendendo. Per terra c'è l'inferno, di tutto, libri, mobili, DVD, polvere, intonaco. Cerco il cellulare, gli occhiali da vista: non li trovo. Non c'è tempo per cercarli, mio padre mi ordina di scendere immediatamente, sento la sua voce per le scale. Dobbiamo assolutamente uscire all'aperto. Scendo le scale, esco fuori, per strada insieme ai miei genitori ci sono alcuni vicini di casa. Per terra pezzi di case crollati, nell'aria polvere e rumori di allarmi. -Perché ci mettevi tanto?- mi chiede mia madre urlando, piangendo, occhi sbarrati, sguardo spaesato che non riconosce il posto in cui si trova. Dobbiamo uscire da quella strada troppo stretta e arrivare prima di subito in Piazza Duomo, salendo lungo via Cimino la situazione peggiora passo dopo passo. Pezzi sempre più grossi di palazzi occupano quasi tutta la strada. Dobbiamo assolutamente uscire di qui, le scosse di assestamento continuano imperterrite, padrone della situazione. La figlia dei vicini inciampa su alcuni detriti, si rialza subito. Sopra la pasticceria Tironi un pezzo enorme di edificio resta attaccato al resto penzolando. Finalmente raggiungiamo Piazza Duomo. C'è già molta gente. Alcuni non hanno fatto in tempo neanche a vestirsi. È notte fonda, saranno le 3.40. Anche lì c'è polvere e rumore di allarmi impazziti. In mezzo a tutto quel casino siamo tutti spaventati, imbambolati, isterici, increduli che sia accaduto realmente. La prima cosa che facciamo un po' tutti è di cercare tra la folla qualche conoscente. Qualcuno gira spaesato, un ragazzo è seduto per terra con la mani sulla testa, un altro gira in mutande e canottiera, qualcuno è ferito ma non si lamenta. Mia madre ancora non riesce a riprendere bene il controllo, mio padre cerca di nascondere la sua agitazione per non agitare ulteriormente mia madre. Tra la folla deviamo una famiglia di amici e gli andiamo in contro. La loro vicenda ha del tragico e del miracoloso: dopo la scossa delle 23.00, la figlia Giuliana aveva deciso di addormentarsi nella casa dei genitori a fianco la sua. Loro si salvano la casa affianco crolla uccidendo gli abitanti che abitavano di sotto. È allora che mi rendo conto per la prima volta di essere sopravvissuto a qualcosa di veramente mostruoso. Ma è ancora notte, non ci si rende ancora conto della gravità della situazione.

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